Skip to main content

Ci sono lingue che si studiano sui libri.
E lingue che si incontrano camminando.

Il francoprovenzale, in Piemonte, appartiene alla seconda categoria. È la lingua minoritaria piemontese che per secoli ha dato voce alle comunità alpine delle Valli Orco e Soana, delle Valli di Lanzo, della Val Sangone, della Val Cenischia e della media e bassa Valle di Susa.

Non è un dialetto del francese.
Non è una variante del provenzale.
È una lingua con una storia autonoma, radicata nelle montagne.

Che cos’è il francoprovenzale?

Il francoprovenzale è un gruppo linguistico galloromanzo formato da numerose parlate locali diffuse tra Francia, Svizzera e Italia.

In Italia è presente:

  • nell’intera Valle d’Aosta (eccetto le colonie walser della Valle del Lys)
  • in 43 comuni del Piemonte alpino, tra Val Sangone e Val Soana

Il termine fu coniato nel 1873 dal linguista Graziadio Isaia Ascoli, che riconobbe in queste parlate caratteristiche proprie, distinte sia dal francese sia dall’occitano.

Il nome non indica una mescolanza, ma una collocazione geografica intermedia e uno sviluppo indipendente.

Una lingua tutelata dalla legge

In Italia il francoprovenzale è riconosciuto come lingua minoritaria storica ed è tutelato dalla Legge 482 del 15 dicembre 1999, che protegge le minoranze linguistiche presenti sul territorio nazionale.

Questa legge consente l’utilizzo della lingua in ambito scolastico, culturale e istituzionale nei territori dove è storicamente attestata.

Tuttavia il francoprovenzale non ha mai coinciso con una struttura politica unitaria, né ha conosciuto una standardizzazione linguistica come accaduto al francese. È rimasto fortemente legato alle sue varietà locali.

Ed è proprio questa pluralità a renderlo complesso e prezioso.

Dove si parla oggi il francoprovenzale in Piemonte

In Piemonte il francoprovenzale è parlato nelle valli alpine occidentali:

  • Valli Orco e Soana
  • Valli di Lanzo
  • Val Sangone
  • Val Cenischia
  • media e bassa Valle di Susa

La vitalità non è uniforme. In Valle d’Aosta la trasmissione intergenerazionale è ancora parzialmente attiva; in Piemonte, invece, la lingua ha perso molti dei suoi ambiti d’uso tradizionali, progressivamente sostituita prima dal piemontese e poi dall’italiano.

Si stima che i parlanti siano circa 40.000, con percentuali più elevate in Valle d’Aosta.

Lingua e cultura: un legame inseparabile

Il francoprovenzale non è solo una struttura grammaticale.

È il modo in cui si sono nominati i pascoli, le stagioni, gli attrezzi agricoli, le relazioni familiari. È la lingua dei canti, delle filastrocche, delle danze tradizionali, delle feste patronali.

Il francoprovenzale è diffuso su un vasto territorio che attraversa tre Stati:

  • Francia, dove l’area più estesa comprende la Savoia, parte del Delfinato, la Bresse e il Lionese
  • Svizzera romanda, nei cantoni di Vaud, Neuchâtel, Friburgo, Ginevra e parte del Vallese
  • Italia, con l’intera Valle d’Aosta e diverse valli alpine piemontesi

In Piemonte l’area francoprovenzale comprende:

Nelle valli piemontesi lo si ritrova:

  • nelle didascalie delle mostre fotografiche diffuse nei borghi
  • nei nomi delle borgate e dei luoghi
  • nei costumi tradizionali indossati durante le ricorrenze
  • nelle rievocazioni degli antichi mestieri

Molte comunità definiscono la propria lingua semplicemente “parlar a modo nostro”. Una definizione che racchiude identità e appartenenza.

In Valle d’Aosta esiste una produzione poetica e teatrale in patois già dalla metà dell’Ottocento. In Piemonte la scrittura si è sviluppata in modo più consistente a partire dagli anni Ottanta del Novecento.

Per secoli, però, questa è stata soprattutto una lingua orale. Una lingua di comunità.

Il costume delle valli francoprovenzali

Nelle valli francoprovenzali l’abito non era una scelta estetica.
Era un segno.

Diceva a quale comunità appartenevi, quale ruolo avevi, se eri nubile, sposata o vedova. In una società montana rigidamente codificata, il costume era identità visibile.

Alla base c’era la camicia (tchumizi), bianca e spesso rifinita con pizzi, sopra la sottoveste (sotvehta) e poi il gonel, formato da corpetto aderente e lunga gonna. La vita era stretta dalla corei, una cintura in lana, che teneva insieme il tessuto e la figura.

Sulle spalle si posava lo scialle (panet o fassoulàt), in lana o seta, ricamato e fermato con una spilla o croce (bròs o crùus) in metallo prezioso. Sopra il gonel si indossava il grembiule (faoudai), semplice nella quotidianità, più ricco nei giorni di festa.

Ai piedi, le calze (ahcapinet) lavorate a mano e le tipiche calzature (ahcapin), robuste ma curate nei dettagli. Sul capo, cuffie e acconciature – scuffie, ciosine, adjin, caplinne – completavano l’insieme.

Molti di questi capi venivano tramandati di madre in figlia. Non erano abiti “da scena”. Erano memoria tessuta.

Oggi li vediamo durante feste e processioni. Ma ciò che raccontano non è folclore: è appartenenza.

Glossario del costume francoprovenzale

Tchumizi – Camicia bianca in tela, spesso con colletto in pizzo.
Sotvehta – Sottoveste in canapa o lana.
Gonel – Insieme di corpetto e lunga gonna.
Corei – Cintura in lana colorata.
Panet / Fassoulàt – Scialle triangolare in lana o seta.
Bròs / Crùus – Spilla o croce per fermare lo scialle.
Faoudai – Grembiule, semplice o ricamato.
Ahcapinet – Calze lavorate a mano.
Ahcapin – Calzature tradizionali in stoffa o velluto.
Scuffie / Ciosine – Cuffie ricamate.
Adjin – Raccogli-capelli.
Caplinne – Piccole cappelline decorative.

Potrebbe interessarti anche:

La lingua e la cultura occitana, un patrimonio sempre vivo

Perché il francoprovenzale è ancora importante

Quando una lingua si indebolisce, non perdiamo solo parole.

Perdiamo nomi antichi, modi di descrivere il paesaggio, sfumature che raccontano un territorio dall’interno.

Il francoprovenzale è una lingua minoritaria del Piemonte, ma non è marginale nella storia culturale delle sue valli. È un filo che collega comunità geograficamente distanti ma unite da una radice comune.

Parlarne oggi non significa guardare al passato con nostalgia.

Significa riconoscere che le montagne non custodiscono solo paesaggi.
Custodiscono lingue.

Scopri i più bei borghi francoprovenzali:

Ingria, uno dei borghi più belli d’Italia

Piamprato, un gioiello d’alta quota immerso nelle Alpi

Ronco Canavese, dove il francoprovenzale si respira sui muri delle case