Ciao valleggianti!
Oggi vi porto alla scoperta di un angolo nascosto, autentico e silenzioso della Valle Gesso: i vecchi Tait di Sant’Anna di Valdieri, in provincia di Cuneo. Un’escursione semplice ma preziosa, che vi farà camminare nel tempo, tra antiche borgate, forni comunitari, tetti di paglia e memorie di un mondo contadino ormai scomparso.
Questa valle fu scelta dai Savoia per le villeggiature estive, e Sant’Anna era uno dei luoghi prediletti della casa reale. Qui e in tutto il territorio circostante, le borgate venivano indicate con il termine Tait (in occitano “tetto”), che stava per “casolari” o “frazioni collegate al paese principale”.
Oggi vi porto sul “Viòl di Tait”, un sentiero ad anello che ne tocca alcuni tra i più suggestivi.
Se vuoi scoprirlo in modo completo ed esaustivo, vieni a fare il giro con me in questo reel!

Dati tecnici dell’escursione
- Lunghezza: circa 3 km
- Dislivello: circa 270 m
- Durata: 1h15 circa
- Difficoltà: facile – adatta anche a camminatori non esperti
- Stagione: tutto l’anno
Da Sant’Anna verso i Tait
La partenza è dal fondo del paese di Sant’Anna di Valdieri. Se hai piacere di approfondire la storia di questa splendida borgata, ti lascio qui un articolo dedicato. Dal centro storico si prosegue verso valle (direzione Valdieri) e, poco prima dell’ultima casa, si gira a sinistra seguendo le indicazioni per il cimitero. Qui parte una breve salita asfaltata che si trasforma subito in un sentiero ben segnalato e facile da seguire.
Fin da subito il percorso ci regala cartelli esplicativi e persino QR code con contenuti audio, per immergerci nella vita di un tempo.

La Bealera: l’acqua come risorsa
Il primo pannello ci racconta della “bealera”, un canale costruito per irrigare i campi con l’acqua proveniente dal Vallone della Meris. Un tempo queste opere erano fondamentali per coltivare: segale, grano saraceno, patate, fagioli e ortaggi erano la base del sostentamento.
Dal bosco ai terrazzamenti
Proseguendo, si capisce subito che quello che oggi è bosco, un tempo era terra coltivata e curata dall’uomo. Qui si incontrano i terrazzamenti, opere imponenti: gli abitanti tagliavano gli alberi, sradicavano le radici, toglievano le pietre e le riutilizzavano per costruire i muretti a secco, creando così dei campi coltivabili sui pendii.


La Séla e l’arrivo a Tait Bartòla
Lungo il sentiero si incontra una piccola séla, costruzione rurale in pietra usata come deposito o magazzino. Poco dopo, si arriva a Tait Bartòla, una delle borgate più suggestive.
Qui vivevano poche famiglie, spesso imparentate, come i Gamàra, che all’inizio del ‘900 emigrarono in America. Le abitazioni avevano il fienile al piano superiore e l’estàbi (la stalla) sotto, spazio centrale e riscaldato dagli animali. L’ultima abitante se ne andò nel 1960.
Una particolarità unica: i tetti erano fatti di paglia di segale, coltivata localmente.

Il forno comunitario e la vita in condivisione
Nel cuore di Tait Bartòla si trova ancora il forno comunitario, simbolo di un tempo in cui ci si aiutava. Da qui non si sale verso San Bernardo di Desertetto, ma si gira a sinistra, come indicano i cartelli.

La Barma: rifugio naturale nel bosco
Camminando nel bosco si incontra una barma, una rientranza naturale nella roccia trasformata in rifugio o deposito. Piccole opere ingegnose che ci ricordano che qui si camminava per sopravvivere, non per svago: si trasportavano legna, letame, ortaggi, fieno.

Lo Gòrgas e la vista mozzafiato
Un tratto in salita tra pietraie ci conduce su un altopiano chiamato Lo Gòrgas, da gorga, cioè ristagno d’acqua. Qui ci si può fermare a respirare il vento e godere della vista: Oriòl, Dragonét, l’Asta, e giù l’abitato di Sant’Anna.
Curiosità geologica: in Valle Gesso le rocce sono gneiss e graniti, molto diverse dalle calcaree di altre zone alpine. Questo spiega perché non ci siano case oltre i 1200 metri: è impossibile costruirvi sopra.

Tait Bariau e il pane nero
Scendendo, si raggiunge Tait Bariau, con un altro forno comunitario e un pannello che racconta come qui si facesse pane di segale nero. Chi poteva, comprava un po’ di farina bianca per creare il pane barbarià, un mix pregiato. Il nome Bariau potrebbe derivare da “strettoria”, indicando il passaggio stretto vicino alla roccia.
Negli anni ‘20 qui vivevano ancora 30 persone. Gli ultimi se ne andarono a fine anni ‘70.


La fontana ‘d Bariau: l’acqua portata a spalle
L’ultimo pannello spiega la fontana ‘d Bariau, alimentata da un canale deviato a monte. L’acqua non era mai “comoda”: in inverno, i bambini tornati da scuola portavano l’acqua agli animali, con un’asta sulle spalle e un secchio per parte.
Il rientro a Sant’Anna
La discesa finale costeggia l’inizio del sentiero per il Rifugio Dante Livio Bianco, nel Vallone della Meris. Poco dopo si attraversano alcune case ristrutturate e, quasi senza accorgersene, si è di nuovo a Sant’Anna di Valdieri… ma questa volta sulla parte alta del paese.

Conclusione: una camminata tra memoria e natura
Questo Viòl di Tait non è solo un’escursione: è un viaggio nella memoria contadina della Valle Gesso, tra natura, ingegno e fatica. Un sentiero breve ma intenso, adatto a chi vuole scoprire l’anima vera delle nostre montagne.


