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Cari valleggianti, oggi vi porto con me in un luogo che amo profondamente, un borgo che custodisce con orgoglio le sue radici, la sua lingua e il suo silenzio: Elva, nel cuore della Valle Maira, provincia di Cuneo.

Un posto dove il tempo ha un ritmo diverso. Un luogo dove ho suonato, cantato, respirato e ascoltato storie. Elva non è solo un paese: è una memoria viva.

Sorge a oltre 1600 metri di altitudine, sospesa tra i bastioni del Pelvo d’Elva, la Rocca la Marchisa e il monte Chersogno, tre cime maestose che la circondano come antichi guardiani.
Qui, tra creste frastagliate, silenzi profondi e panorami vertiginosi, la montagna è presenza costante e sacra.

Come raggiungere Elva

Raggiungere Elva non è una semplice gita: è un piccolo viaggio di scoperta, di attenzione, di lentezza.

Dalla valle principale, si sale lungo una strada stretta, che non è per tutti. Chi non ha dimestichezza con le strade di montagna potrebbe trovarla impegnativa, ma vi assicuro: ne vale ogni curva.

Storia della Strada del Vallone di Elva: la Comba d’Elva che muore

Oggi la strada che viene percorsa non è la principale, bensì una strada scomoda che allunga di molti km il tragitto, e che crea per questo grave malcontento nei residenti.

La strada storica è invece la Strada del Vallone di Elva, chiamata dai residenti “La Comba” (pronuncia “cumbo”); oggi silenziosa e chiusa, questa strada rappresenta una delle pagine più significative della storia alpina piemontese.


Sin dal 1763, gli abitanti di Elva chiedevano un collegamento più sicuro e diretto con il fondovalle, stanchi dell’isolamento causato da sentieri scoscesi e mulattiere, spesso impercorribili nei lunghi inverni.

Fu solo nel 1838 che una delibera comunale diede il via alla progettazione di una vera strada.
Decisivo fu il gesto di Alessandro Claro, oste della borgata Reynaud, che lasciò in eredità una somma destinata proprio alla costruzione della strada. A lui si unirono molte famiglie elvesi, con donazioni e autofinanziamenti, in uno sforzo collettivo che è rimasto nella memoria locale come simbolo di solidarietà montanara.

I lavori continuano

La trasformazione da sentiero a strada carrozzabile fu un processo lungo e complesso.
Durante la prima metà del Novecento, il tracciato fu progressivamente adattato per il passaggio dei muli e solo tra gli anni ’30 e ’50 cominciarono i lavori più strutturati.
Nel 1939 Benito Mussolini, in visita a Cuneo, aveva accolto le richieste Elvesi, stanziando una notevole somma che consentì un’impennata nei lavori, ma la guerra con la Francia fermò tutto ancora una volta, e solo nel 1950 si riuscì a riavviare la pratica.

A partire dal 1956 era stata intanto aperta anche una via alternativa (verso il Colle di Sampeyre), ma il Vallone restava il collegamento storico più diretto con il fondovalle.

Gli Elvesi dovettero attendere il 1959, per vedere i risultati di quasi due secoli di desideri e decenni di fatiche: la Comba di Elva era stata finalmente completata come carrozzabile.

La strada del vallone oggi

Oggi la via è chiusa, a causa di forti pericoli di caduta massi.

Eppure va detto: è uno spettacolo ingegneristico e paesaggistico: dodici gallerie scavate nella roccia, muraglioni arditi e curve mozzafiato su versanti ripidi e friabili.
Tra le sue pietre, una Madonnina del Vallone protegge ancora i viandanti, con i nomi dei donatori e di chi ha perso la vita nei lavori: un luogo di memoria e rispetto.

Foto della Strada del Vallone di Elva @credits Tripadvisor
credits @tripadvisor

Un mio pensiero sulla Comba d’Elva

Per giudicare davvero la scelta di chiudere la Comba di Elva servirebbero competenze tecniche, dati alla mano, e una visione d’insieme. Ma quello che posso dire, dopo aver ascoltato le voci dei residenti, è che questa chiusura è un colpo durissimo: non solo costringe chi vive qui a percorsi doppi, lunghi e faticosi, ma rappresenta una vera e propria frattura con la storia di questo luogo.

La strada del Vallone fu costruita in condizioni estreme, scavata nella roccia viva, con mezzi minimi e con la forza della volontà di un’intera comunità. Oggi la si lascia franare, dimenticare, morire. E più che una scelta tecnica, sembra l’ennesimo abbandono. Un segno che, in silenzio, dice: questo posto non conta più.

Le borgate di Elva e il cuore del paese

Elva non è un solo paese, ma una costellazione di piccole borgate in pietra, adagiate sui versanti tra boschi e prati. Alcune sono abitate tutto l’anno, altre solo d’estate, altre ancora ormai silenziose.

La borgata principale (Borgata Serre), dove si trovano il municipio, la chiesa, il museo e il lavatoio, è il cuore pulsante della vita sociale e culturale di Elva.
Qui si respira ancora la lingua e la cultura occitana, che risuona nei canti, nei proverbi, nelle storie raccontate davanti al camino, nella gente del posto che ancora non ha dimenticato.

Puoi approfondire la cultura occitana in questo articolo dedicato.

Più volte ho avuto l’onore di cantare e suonare qui, tra queste pietre, per contribuire – nel mio piccolo – a portare avanti questa cultura preziosa. E ogni volta è stato come tornare a casa.

Il borgo e il lavatoio: memoria di donne e di vita

Passeggiando nel centro del paese, si incontra un angolo speciale: un lavatoio in pietra, ristrutturato con amore e gratitudine.
Questo lavatoio è stato restaurato per ringraziare le donne di Elva, che per decenni hanno lavorato, cresciuto famiglie e tenuto in piedi la comunità con forza e dignità silenziosa.
Un gesto concreto per onorare chi, in tempi duri, ha costruito la vita quotidiana della montagna.

La parrocchiale di Elva: affreschi che parlano

Ci sono mille buoni motivi per spingersi fino a Elva, ma uno in particolare conquista chiunque arrivi fin quassù: la Parrocchiale di Santa Maria Assunta, gioiello architettonico e scrigno di pittura rinascimentale.

La chiesa si presenta con il suo stile sobrio romanico e un portale d’ingresso tardo-romanico sormontato da una dolcissima Madonna col Bambino. Il contesto naturale in cui si trova è già di per sé mozzafiato, ma è varcata la soglia che si svela il vero capolavoro.

Se vuoi godertela in versione video, trovi qui il link al mio reel raccontato

All’interno, infatti, ti aspetta un incredibile ciclo di affreschi realizzato dal pittore fiammingo Hans Clemer, attivo nel marchesato di Saluzzo e in Provenza tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Proprio per questa sua opera, Clemer fu soprannominato “Maestro d’Elva”.

Realizzato attorno al 1493, il ciclo raffigura le storie della Vergine e di Cristo, culminando in una maestosa Crocifissione che occupa l’intera parete di fondo del presbiterio.

La scena è potente, drammatica, ricca di dettagli espressivi: tra i volti della folla, spicca quello del centurione Longino, che secondo la tradizione sarebbe l’autoritratto dello stesso Clemer.

Sulle vele della volta, i quattro Evangelisti sono ritratti mentre discutono con i Dottori della Chiesa, a dimostrazione della profondità teologica e simbolica di tutto il ciclo pittorico.

Restaurato nel 1995, questo complesso di affreschi è oggi considerato uno dei massimi esempi dell’arte tardo-gotica e rinascimentale del Piemonte.

La Frema Cuncunà: la roccia a strapiombo amata da tutti

Poco prima di arrivare nella borgata Serre, si incontra una roccia singolare, apprezzata da grandi e piccoli: La Frema Cuncunà.

In occitano, “frema” significa donna e “cuncunà” si può tradurre come accovacciata.
E infatti, questa grande pietra levigata dal tempo ha proprio la forma di una donna accovacciata, vista di profilo.
Un’opera della natura così perfetta da sembrare scolpita.

Chi passa di qui non può fare a meno di fermarsi a fotografarla, accarezzarla, sorriderle.
Simbolo affettuoso e curioso di Elva, La Frema Cuncunà è un piccolo mistero geologico che racconta – a modo suo – la capacità poetica della montagna.

Lo sapevi? Potresti vivere tutte queste bellezze in un trekking accompagnato, alla scoperta della Valle Maira e della Cultura Occitana! La guida Maurizio di Trekkilandia ti porterà in un tour autentico e pieno di soprese, scopri qui il viaggio e prenota il tuo posto!

Il Museo dei Commercianti di Capelli

Pochi sanno che Elva è legata a una storia incredibile e quasi surreale: i commercianti di capelli.

In passato, gli uomini di Elva – per integrare il reddito agricolo – percorrevano le pianure del nord Italia per comprare capelli da ragazze e donne, che poi venivano rivenduti a Parigi e in altre capitali dopo essere strati trasformati in prestigiose parrucche dalle mani meticolose delle donne di Elva.

Oggi questa storia vive nel Museo dei Caviè, ospitato nel centro del paese, dove oggetti, lettere e fotografie raccontano una pagina singolare e poco conosciuta della nostra storia alpina.

Vuoi saperne di più?
Leggi il mio articolo dedicato ai commercianti di capelli di Elva

E guarda il mio video reel su Instagram, dove racconto questa storia affascinante!

Elva: culla di personaggi autentici

Franco Baudino

Elva ha un’atmosfera che non si può spiegare, solo vivere. Un silenzio pieno di significato, che non è vuoto ma ricco di storie, sguardi, memorie.
È un paese che parla piano, ma sa farsi sentire da chi è disposto ad ascoltare.

Tra i suoi personaggi più noti c’è Franco Baudino, montanaro e custode dell’anima di Elva. Testimone autentico della vita di Elva e delle sue montagne, Franco sa trasmettere emozioni che toccano i nervi più nascosti, e ti spiega davvero cosa sia la vita in montagna.

Proprio per il suo forte legame con la terra di Elva, Franco Baudino è stato protagonista del documentario “Chiamo, nessuno risponde” del regista Davide Demichelis.

Foto dal web ©Mountain Film Graz

Piero Raina, il poeta di Elva

Il titolo di questo documentario, si rifà a sua volta a un altro importante personaggio di Elva: Pietro Raina. Nato nella borgata Brione di Elva, è stato molto più di un contadino: era un poeta delle radici. Un uomo che conosceva intimamente la terra e sapeva ascoltarne il linguaggio.

La sua vita quotidiana da agricoltore, apicoltore e allevatore si intrecciava con quella più segreta dello scrittore che osserva e custodisce.

Dal 1965 al 1975 fu anche sindaco di Elva, e portò con sé una visione autentica, fatta di ascolto e memoria.

Foto dal web ©Alessandro Rocca

Lo chiamavano “poeta dell’anima”, e non a caso. Nelle sue opere si avverte un filo sottile di malinconia: quella dell’abbandono, delle borgate che lentamente si svuotano, e della lingua occitana che rischiava di spegnersi.

Ma accanto al dolore, Raina sapeva cantare anche la luce delle cime, la purezza della solitudine montana, che per lui era ben più serena della confusione della pianura e delle sue folle distratte.

Pur essendo autodidatta, pubblicò diverse raccolte poetiche e narrative, divenute oggi testimonianza preziosa di un mondo che resiste nel silenzio. Tra le sue opere più note:


I canti della mia terra (1970)
I figli dei briganti
Sotto l’albero del pane (recentemente ristampato)
Nèu e auro, l’ultima, del 2008

Raina non amava scrivere di sé. Diceva di aver raccolto le sue storie ascoltando la gente, quasi come se le parole non gli appartenessero, ma scorressero da una sorgente comune.

Nei suoi testi, i veri protagonisti non sono solo gli uomini e le donne di Elva, ma anche le pietre, le erbe, le case, cariche di un’anima propria.

Ines Cavalcanti

Ines Cavalcanti è nata a Elva, in una di quelle Valli Occitane italiane che da sempre la spinsero a lavorare alla “Chambra d’òc”, nel settore di lingua, cultura e rapporti internazionali.
 
Dal 1970 ha collaborato attivamente per la rinasciata della lingua occitana, dapprima nel Movimento Autonomista Occitano fondato da François Fontan, e poi nell’Associazione Ousitanio Vivo, fino alla Chambra d’òc.
 
Oltre ai suoi numerosi progetti, Ines Cavalcanti è anche un’illustre poetessa: ho avuto l’onore di conoscerla quest’anno, presso Espaci Occitan di Dronero, durante la presentazione del secondo tomo sulle poetesse occitane di cui faccio parte anche io.

In alcune sue poesie degli anni ’70 si percepisce una speranza di veder rifiorire la cultura occitana nel quotidiano, ed è proprio ciò che anche lei, con il suo importante lavoro e instancabile impegno, è riuscita a realizzare.
 
Dal 2008 inoltre si occupa della realizzazione del “Premio Ostana: scritture in lingua madre”, un importante festival che ogni anno coinvolge molte lingue minoritarie di tutto il mondo.

Foto dal web ©cuneodice

Conclusione – Un invito a visitare Elva

Se ami i luoghi veri, dove la montagna è ancora abitata, rispettata, vissuta… allora Elva ti sta aspettando.

Non venire per caso, ma con il cuore pronto. Elva ti accoglierà con la sua bellezza discreta, la sua storia intensa, e un silenzio che parla più di mille parole.

Vieni a camminare tra le sue borgate, ad ascoltare la sua lingua, a guardare il cielo che qui sembra più vicino.
Ti assicuro: Elva non si dimentica.